mercoledì 8 ottobre 2014

September Book Haul

Come vi avevo anticipato sulla pagina facebook, sul mio canale YouTube sto caricando nuovi video libreschi!
Troverete video recensioni, certo, ma anche book tag e Book Haul!

Oggi tocca ai libri acquistati nel mese di settembre, anche se in realtà ho fatto acquisti solo nella seconda metà del mese. Se volete scoprirne il motivo e cosa ho acquistato, non vi resta che guardare il video!


Buona visione! 




























Vi è piaciuto? Iscrivetevi al canale se vi va e guardate anche i video delle recensioni della nuova serie Quick Review!

giovedì 2 ottobre 2014

Prossimamente: Die for me - Amy Plum

Lo so, vi ho già parlato in passato di questo romanzo, ma la novità è che prestissimo potrete leggerlo anche voi!!!
Infatti la De Agostini (sia santificata!) ha deciso di pubblicare la trilogia di questa talentuosa autrice! Il lieto evento è fissato per il 14 ottobre, perciò voglio vedervi tutti in libreria quel giorno, mi raccomando!


I miei tesssssori!!! *_*

Sebbene io abbia già tutti e tre i volumi, ciò non significa che in futuro non potranno essere affiancati dai loro fratellini italiani!





Die for me

Amy Plum


Editore: De Agostini
Pagine: 344

Prezzo: 14,90
Data di uscita: 14 ottobre


Quando i genitori di Kate e Georgia muoiono in un incidente stradale, la vita delle due sorelle viene stravolta e le ragazze sono costrette a trasferirsi a Parigi dai nonni. L’unico modo che ha Kate per soffocare il dolore è rifugiarsi tra le pagine dei libri che ama di più. Fin quando non incontra Vincent.
Bello, misterioso e affascinante, Vincent scioglie a poco a poco il ghiaccio attorno al cuore di Kate che si innamora perdutamente di lui. Ma Vincent non è un ragazzo come gli altri: è un Revenant, un vero e proprio angelo custode, destinato a sacrificare la propria vita per salvare le anime in pericolo, e a risvegliarsi tre giorni dopo la morte, in un circolo senza fine.
Kate si ritrova quindi davanti a una scelta difficilissima: proteggere ciò che rimane della sua esistenza e della sua famiglia... oppure rischiare tutto per un amore impossibile?



 

Sono felicissima che la DeA abbia deciso di mantenere la cover originale perchè è STUPENDA!!! 

Se siete ancora indecisi, leggete immediatamente la mia RECENSIONE e vederete che il 14 vi fionderete in libreria!

 

 

 








mercoledì 24 settembre 2014

Recensione: Millennio di Fuoco. Raivo - Cecilia Randall

Millennio di Fuoco. Raivo

Cecilia Randall


http://www.ceciliarandall.it/wp-content/uploads/2014/08/Mdf-raivo2.jpgEditore: Mondadori
Pagine: 480
Prezzo: 16,00

Un amore più forte della guerra e del tempo.
Il capitolo finale della grande saga di Seija e Raivo.

Baviera, 1999 d.C.
Dopo molte battaglie e peripezie Seija, l’Eroina di Etten, è finalmente riuscita a fuggire dal castello di Raivo, l’umano convertito alla causa dei demoniaci vaivar, che tanta morte e distruzione ha seminato sul suo cammino. Eppure qualcosa in lei è cambiato per sempre. Conosce il motivo per cui Raivo ha voltato le spalle agli umani, accettando di trasformarsi nella creatura che guida gli eserciti dei demoni. Sa che lui, che il mondo adesso teme e chiama “il Traditore”, è stato in realtà il primo a essere stato tradito, secoli prima, il giorno in cui una congiura di palazzo ha sterminato il suo popolo e ucciso la donna che amava. Quella donna identica a lei. Quella donna che lui non ha mai dimenticato. Per questo, adesso che ha perduto le tracce di Seija, è pronto a tutto per ritrovarla.

Seija, nel frattempo, come un animale in gabbia, è tenuta lontana dai campi di battaglia, destinata a sposare il principe Lothar di Svevia e a ricompattare le fila degli umani.
Ma forse le cose non sono come sembrano. Forse sia nell’alto consiglio degli umani sia in quello dei vaivar, agli ordini della terribile regina Ananta, ci sono forze che cospirano di nuovo per il proprio potere personale, indifferenti all’esito della guerra.

Mentre un’attrazione inesorabile come il destino spinge Seija e Raivo alla resa dei conti, tra nemici, amici, traditori, fantasmi del passato e incubi del presente, gli eserciti di uomini e demoni si preparano allo scontro più sanguinoso. Chi vedrà l’alba del nuovo millennio?



La mia opinione: se c'è una cosa che mi rende felicissima è proprio trovare un'autrice italiana che mi piaccia e sia indiscutibilmente brava e talentuosa!
Dopo aver divorato a maggio il primo volume, "Millennio di Fuoco. Seija", (trovato per un colpo di fortuna mentre ero in vacanza), l'attesa per il secondo e conclusivo volume di questo dittico è stata ampiamente ripagata!

Se ancora non conoscete questi due romanzi di Cecilia Randall, trovate sul mio canale YouTube la video recensione al primo volume!
Così come il primo, anche "Millennio di Fuoco. Raivo" è un susseguirsi incalzante di avventure e colpi di scena!

La nostra eroina Seija si ritrova ad essere promessa sposa del Principe di Svevia, probabile nuovo imperatore, per assicurare al proprio popolo una terra sulla quale stabilirsi. Tuttavia l'affascinante Lothar sembra avere qualcosa che non va e l'idea che non sia più la persona alla quale affidare la propria vita e quella del proprio popolo non riesce a togliersi dalla mente di Seija!
Quando finalmente la ragazza scopre un complotto che coinvolge non solo lei ma anche tutto l'impero, l'unica possibilità per avere salva la vita è quella di allearsi con chi mai avrebbe immaginato...

Ma i complotti non riguardano solo Seija, bensì anche l'affascinante e controverso "cattivo" di questa storia, Raivo, il quale deve ben guardarsi le spalle perchè non sa da dove potrebbe provenire un attacco.

Ho amato anche questo libro sia per il ritmo incalzante della narrazione, le battaglie che lasciano col fiato sospeso e i colpi di scena, ma soprattutto per i due personaggi che fra tanti spiccano: Seija e Raivo.

Entrambi forti e determinati, legati da qualcosa che nemmeno loro sanno spiegarsi, eppure perfetti l'uno per l'altra. Anche se può sembrare diversamente, Seija non si arrende mai anche quando si consegna nelle mani di quello che fino a qualche ora prima era stato il suo nemico, lotta incessantemente per affermare la propria indipendenza e il proprio valore.
Dall'altro lato Raivo è un personaggio dalle mille sfaccettature, impossibile da riuscire ad inquadrare perfettamente e per questo estremamente affascinante.

Se già la trama di questi due romanzi è eccezionale, un valore aggiunto proviene proprio dai due personaggi principali che sanno incantare come non mai.

Se però dovessi trovare dei piccoli difetti, avrei preferito avere un epilogo che permettesse al lettore di scoprire cosa ne è stato degli Stati e dei personaggi 10, 20 anni dopo la conclusione delle vicende. Sarebbe stato interessante scoprire come nel tempo sono cambiate le dinamiche tra Seija e Raivo, soprattutto a fronte di una rivelazione finale che ancora, devo ammetterlo, non riesco a capire se mi sia piaciuta o meno.

Infine, avrei preferito che tutto il mistero riguardante l'origine della regina Ananta fosse stato portato alla luce, ora invece dovrò per forza tenere per me tutti i miei interrogativi.

Chissà però che l'autrice non possa soddisfare queste "richieste", magari con un racconto!



Il mio voto: -








lunedì 1 settembre 2014

Black Friars Read Along - INTERVISTA A VIRGINIA DE WINTER

Pensavate che lo speciale su Black Friars fosse finito, dite la verità!
Ebbene, dato che non siamo mai stanche di parlare di questi libri e, soprattutto, di sommergere la cara Virginia di domande, abbiamo per voi una piccola ed interessantissima intervista che pubblicheremo in questi giorni sui nostri blog!
Tantissime curiosità tutte per voi, direttamente dall''autrice!



INIZIAMO!




Innanzi tutto vogliamo ringraziarti Virginia per il tempo che ci dedicherai e per il mondo straordinario che hai creato e che continua ad accompagnarci anche dopo la fine dei libri.
Quanto a noi siamo terribilmente curiose quindi preparati spiritualmente alla valanga di domande che segue :D


1.    Per chi ancora non ti conosce, hai voglia di presentarti brevemente? Ma ovviamente non ti chiediamo una presentazione normale: vorrei che ti descrivessi usando dei paragoni coi tuoi personaggi. Per esempio io sicuramente sono fifona come Eloise e imbarazzante come Morgan quando si mette in ridicolo per attirare l’attenzione della bella Lara. (Alaisse).

Ho la lingua tagliente di Eloise, lo stesso infantilismo cocciuto e la testa calda di Sophia, il distacco e il disincanto di Bryce, il suo stesso amore per l’arte e la letteratura, la sua medesima incrollabile convinzione che i libri e i fiori siano infinitamente preferibili alle persone.



2.    I tuoi libri hanno il sapore di casa, di Italia, e da cittadina del sud leggere quelle che sono le tradizioni che mi ha tramandato la mia famiglia è stupendo. Mi sono sempre chiesta a quali luoghi di Roma e d'Italia si ispirano le Novem Nationes: alcune sono tremendamente familiari, altre non riesco a collocarle. (Anonimo/Eleanor santiago).

L’elenco è infinito, ti cito le prime cose che mi vengono in mente: Delamàr è la Napoli dei Borboni, Salimarr è la Sicilia del palermitano, moltissime tradizioni delle Nationes meridionali sono i rituali della Pasqua del Sud. Le catacombe sotto i Frati Neri sono palesemente le catacombe dei Cappuccini di Palermo. La Cittadella invece somiglia molto a Venezia e di Roma ho preso tante cose, una per tutte la Sedia del Diavolo.


 
3.    Questa sarà una domanda che tutti ti fanno ma volevo sapere se hai qualche progetto in cantiere! E come seconda cosa, più specifica se possiamo iniziare ad aspettarci un quinto libro di Black Friars :) Ci hai lasciati tutti con il fiato sospeso sia nell'ordine della Croce, sia nella novella. Molte cose sono state lasciate in sospeso e molte coppie tra cui Chris e Steph, Gil e Lara, Jordan e Jerome, Emily e Ross. Per cui ti chiedo: tornerai a scrivere di loro, o lascerai che sia la nostra fantasia ad immaginare come andrà tra loro? (Anonimo/Eleanor santiago/Alaisse).

Io non termino mai veramente le mie storie, se n’è accorto da ben dieci anni chi mi segue su EFP. I miei libri sono grossi capitoli di storie che potenzialmente potrebbero durare per sempre. Lo dico con semplicità e chiarezza perché il senso di nostalgia e struggimento che provo quando termino di leggere una storia che mi piace non ho alcuna intenzione di provarlo quando scrivo io e posso fare in modo che le cose vadano diversamente! Ho messo materialmente mano a Black Friars nel 2006 e da allora sono trascorsi otto anni… per me sarebbe impossibile privarmene.



4.    Quando hai scritto il primo libro - L'Ordine della Spada -  avevi già in mente la trama completa degli altri tre? Oppure hai aggiungo o modificato mentre scrivevi? E quali dei quattro romanzi è il tuo preferito? (Anonimo/Arianna).

Avevo in mente le linee generali, ma il mio metodo di scrittura non prevede mai di conoscere proprio tutto. Non sarebbe divertente e a me piace esplorare la storia che scrivo, scoprire momenti inattesi e connessioni che nemmeno io mi sarei aspettata. Dei quattro romanzi il mio più amato è l’Ordine della Chiave, quello è davvero figlio di ciò che desideravo fare: parlare del lato buio delle fiabe, della nascita di una grande amicizia, il rapporto tra due fratelli così uniti e così diversi, le tradizioni del sud, che cosa ha reso Vandemberg ed Eloise Weiss ciò che sono; la storia delle paure dei bambini che diventano realtà, tutti quei mostri dell’infanzia con cui ti ritrovi a convivere. Pamela, la mia editor, mi ha detto una volta che un prequel e grande e quasi esclusivo piacere di un autore. Io ho adorato scrivere la Chiave e trovare io per prima i motivi di ciò che avevo già scritto nella Spada.
 



Se volete conoscere le prossime domande e le rispettive risposte, allora non mancate all'appuntamento nei prossimi giorni sugli altri meravigliosi blog con i quali ho avuto il piacere di collaborare per questo bellissimo speciale!

Martedì 2 settembre: Bookland: viaggiando tra i libri
Mercoledì 3 settembre: Liber Arcanus
Giovedì 4 settembre: Il castello tra le nuvole
Venerdì 5 settembre: La bella e il cavaliere

domenica 10 agosto 2014

Recensione in anteprima + primo capitolo: Il tuo meraviglioso silenzio - Katja Millay

Il tuo meraviglioso silenzio

Katja Millay


Editore: Mondadori
Pagine: 420
Prezzo: 14,90
Data di uscita: 2 settembre

Trama: le sue dita non possono più correre sul pianoforte, il suo mondo pieno di note è diventato muto. Nastya era una promessa della musica, prima. Prima che tutto precipitasse, prima che la vita perdesse ogni significato. Da 452 giorni Nastya ha smesso di parlare, e il suo unico desiderio è tenere nascosto il motivo del suo silenzio. La storia di Josh non è un segreto: ha perso tragicamente i suoi cari, e solo nel recinto impenetrabile che ha costruito intorno a sé si sente al riparo dalla compassione degli altri e libero di dedicarsi in solitudine all'unica cosa che lo tiene in vita: intagliare il legno. Quando sembra non esserci più luce né speranza, Nastya e Josh si trovano e le sensazioni sopite esplodono dal corpo e dal cuore. Due lontananze si incontrano, cercando l'una nell'altra la forza per superare il passato e rinascere davvero.



La mia opinione: in Italia questo libro verrà pubblicato i primi di settembre da Mondadori, ma visto il rating su Goodreads e le varie recensioni ho deciso subito di leggerlo in inglese, così da potervene parlare prima della pubblicazione.

Non esagero se affermo che questo libro rientra tra le migliori letture del 2014, ragion per cui fremo all'idea della pubblicazione in italiano!

La storia che viene raccontata dall'autrice, Katja Millay, è quella di Nastya, una ragazza della quale non sappiamo nulla se non che si è appena trasferita dalla zia e che le è accaduto qualcosa che l'ha resa riconoscibile agli occhi di tutti.

Nastya non parla e non perchè non possa, ma semplicemente perchè ha scelto di non farlo più. E' una ragazza in frantumi, così come la sua mano sinistra, ed esprime tutto il suo disagio attraverso l'abbigliamento e il make up: abitini attillati e stiletti, tutti rigorasamente neri, trucco carico e labbra rosse.  Tutto in lei urla "statemi lontani", eppure sarà lei stessa ad infrangere a poco a poco quella barriera costruita con tanta tenacia...

Ironico il fatto che Nastya cominci ad aprirsi proprio con Josh Bennett, che al pari di lei vuole stare lontano da tutti! Il fatto è che i due ragazzi riconoscono l'uno nell'altra quel dolore che li accomuna e che li ha resi le persone che sono.

La loro amicizia è un percorso che li porta pian piano a guarire una ferita alla volta, a respirare nuovamente e a vivere. 

E' stata una scelta azzeccatissima quella dell'autrice di non far scoppiare l'amore all'improvviso, ma sviluppare gradualmente un rapporto complicato e pieno di punti interrogativi che assillano sia Josh che il lettore, scoprendo tutte le carte solo alla fine.

Perchè ho amato questo libro? Semplicemente perchè ogni personaggio nasconde un mondo complicato, a volte fatto di dolore e sofferenza, la loro complessità li rende vividi facendogli bucare il foglio.  E poi ci sarebbero altri mille motivi per amarlo, ma metterli nero su bianco è la cosa più difficile che ci sia. Non riesco quasi a descrivere tutte le emozioni che mi ha regalato questo libro e quanto io mi sia affezionata soprattutto ai protagonisti!


Questa non è una storia d'amore, sarebbe estremamente riduttivo, ma è la storia di due persone che si salvano a vicenda, trovando l'uno nell'altra un posto da chiamare casa.


Il mio voto:




 


PICCOLA SOPRESA! LA MONDADORI CI HA GENTILMENTE REGALATO IL PRIMO CAPITOLO IN ANTEPRIMA!



Odio la mia mano sinistra. Odio guardarla. Odio quando si blocca e trema, a ricordarmi che ho perso la mia identità. Ma la guardo comunque, perché mi ricorda anche che riuscirò a scovare chi mi ha portato via tutto. Ucciderò il ragazzo che mi ha uccisa, e lo farò con la mano sinistra. 


Capitolo 1 

Nastya
Morire non è poi così male dopo la prima volta.
Lo so per esperienza.
La morte non mi spaventa più. È tutto il resto a spaventarmi.
Agosto in Florida significa tre cose: caldo, umidità opprimente e scuola. Scuola. Sono più di due anni che non ci torno. A meno che uno non consideri scuola starsene seduti al tavolo della cucina a studiare da privatisti con la propria madre, e per me non lo è di certo. È venerdì. Il mio ultimo anno di liceo inizia lunedì, ma non mi sono ancora iscritta. Se non mi presento oggi, non avrò un orario lunedì mattina, e mi toccherà aspettare in ufficio finché non me lo daranno. Mi sa che preferisco evitare la pessima scena da film anni Ottanta in cui il primo giorno arrivo già in ritardo e tutti smettono di fare quello che stanno facendo per fissarmi. Anche se esiste di peggio nella vita, sarebbe comunque una seccatura.
Mia zia svolta nel parcheggio della Mill Creek Community High School con me al rimorchio. È una scuola come tutte le altre. Se non si considera il colore putrido delle pareti e il nome sulla targa, è uguale identica a quella dove andavo prima. Margot – mi ha fatto rinunciare a “zia” perché la fa sentire vecchia – abbassa il volume della radio che ha tenuto a palla per l’intera durata del viaggio. Per fortuna il tragitto è breve, perché i rumori forti mi danno fastidio. Non è il suono in sé, ma il volume alto. I suoni forti finiscono per inghiottire quelli deboli, e i suoni deboli sono quelli che fanno più paura. Ora posso farcela perché sono in macchina, e di solito in macchina mi sento al sicuro. Fuori è un altro discorso. Non mi sento mai al sicuro, fuori.
«Tua madre si aspetta una telefonata quando hai fatto qui» mi dice Margot. Mia madre si aspetta un sacco di cose che non otterrà mai. Nell’economia del tutto, una telefonata non è una pretesa esagerata, ma questo non significa che debba averla vinta per forza. «Cerca almeno di mandarle un messaggio. Quattro parole. Registrazione fatta. Tutto bene. Se poi ti senti particolarmente generosa, alla fine puoi anche aggiungerci una faccina sorridente.»
La osservo di traverso dal posto del passeggero. Margot è la sorella minore di mamma, una decina d’anni in meno. È l’opposto di lei quasi in tutto. Non le somiglia per niente, il che vuol dire che non somiglia neanche a me, visto che io sono la copia sputata di mia madre. Margot ha i capelli biondo sporco, gli occhi azzurri e un’abbronzatura costante che mantiene con facilità lavorando di notte e sonnecchiando di giorno a bordo piscina, anche se è infermiera e dovrebbe sapere che non fa bene alla pelle. Io ho un incarnato pallido, occhi castano scuro e capelli lunghi, mossi, quasi neri ma non proprio. Lei sembra uscita da una pubblicità della Coppertone. Io da una bara. Solo uno stupido potrebbe pensare che siamo parenti, anche se è una delle poche certezze che mi rimangono.
Ha ancora quel sorriso furbetto stampato in faccia, consapevole del fatto che, pur non avendomi convinta a tranquillizzare mia madre, è riuscita comunque a instillarmi un po’ di senso di colpa. Impossibile provare antipatia per Margot, anche mettendosi d’impegno, il che me la fa odiare un po’, perché io non sarò mai come lei. Mi ha accolto in casa sua non perché io non abbia altri posti dove andare, ma perché non resisterei da nessun’altra parte. Per sua fortuna, le tocca vedermi solo di sfuggita, perché una volta iniziata la scuola non saremo quasi mai a casa negli stessi orari.
Ma anche così, dubito che accollarsi una teenager cupa e musona sia il massimo dell’aspirazione per una single poco più che trentenne. Io non lo farei, ma d’altronde non sono un tipo generoso. Forse è per questo che scappo a gambe levate da tutti quelli che mi vogliono bene. Se potessi starmene da sola, lo farei. Ben volentieri. Lo preferirei, piuttosto che dover far finta di stare bene. Ma non ne ho la possibilità. Perciò mi accontento di stare con qualcuno che, almeno, non mi vuole così tanto bene. Sono grata a Margot, anche se non glielo dico. In verità, non le dico mai nulla. No, decisamente no.
La segreteria della scuola è un caos. Telefoni che squillano, fotocopiatrici a pieno ritmo, voci ovunque. Ci sono tre file davanti allo sportello. Non so a quale accodarmi, quindi opto per quella più vicina alla porta e mi affido alla buona sorte. Margot entra di volata alle mie spalle e mi trascina con sé superando tutte le file, fin davanti alla segretaria. Fortuna che l’ho vista arrivare, altrimenti, non appena mi ha posato la mano sulla spalla, si sarebbe ritrovata faccia a terra con il mio ginocchio piantato nella schiena.
«Abbiamo un appuntamento con il signor Armour, il preside» dice con fare autoritario. Margot, l’adulto responsabile. Oggi recita la parte di mia madre. È un lato di lei che non vedo spesso. Preferisce il ruolo della zia alla moda. Non ha figli, quindi è tutto una novità per lei. Non sapevo nemmeno che avessimo un appuntamento, ma ora ne capisco il motivo. La segretaria, una donna sulla cinquantina dall’aspetto sgradevole, ci indica un paio di sedie accanto a una porta chiusa di legno scuro.
C’è da aspettare solo pochi minuti, e nessuno sembra notarmi o accorgersi della mia presenza. L’anonimato è piacevole. Chissà quanto durerà. Mi osservo da fuori. Non mi sono agghindata per la visita di oggi. Pensavo di arrivare lì, compilare qualche scartoffia, consegnare la lista delle vaccinazioni e tanti saluti. Non mi aspettavo di trovare orde di studenti che affollano l’ufficio. Ho indosso un paio di jeans e una maglietta nera con lo scollo a V, entrambi un pochino – okay, molto – più aderenti del dovuto, ma per il resto del tutto normali. È con le scarpe che mi sono messa d’impegno. Tacchi a spillo neri. Dodici centimetri di follia. Non li uso tanto per l’altezza, anche se ne avrei bisogno, quanto per l’effetto d’insieme. Oggi ne avrei fatto anche a meno, solo che dovevo esercitarmi. Il mio equilibrio sui tacchi è migliorato, ma ho pensato che una prova generale non sarebbe guastata. Vorrei evitare di finire gambe all’aria il primo giorno di scuola.
Guardo l’orologio alla parete. La lancetta dei secondi si muove avanti e indietro nella mia testa, anche se so benissimo che è impossibile sentirne il ticchettio con tutto questo baccano. Come vorrei poter cancellare i rumori dalla stanza. Ci sono troppi suoni tutti insieme, e il mio cervello tenta di filtrarli, di separarli in mucchietti ben ordinati, ma è quasi impossibile con tutti gli apparecchi meccanici e le voci che si confondono. Apro e chiudo la mano in grembo e spero che ci facciano passare presto.
Dopo minuti che sembrano ore, la pesante porta di legno si apre e veniamo condotte all’interno da un tizio sulla quarantina con camicia e cravatta male assortite. Sorride calorosamente prima di tornare a infilarsi dietro la scrivania in una poltrona di pelle fuori misura. La scrivania è troppo grande per questo ufficio. Ovviamente il mobilio è pensato per incutere timore, dato che lui non ci riesce. Bastano poche parole per inquadrarlo subito come un uomo dal cuore tenero. Spero di non sbagliarmi. Avrò bisogno del suo appoggio.
Mi accomodo in una delle due poltroncine di pelle bordeaux davanti alla scrivania del signor Armour. Margot sprofonda in quella accanto alla mia e parte con la sua tirata. Rimango ad ascoltarla per alcuni minuti mentre gli spiega la mia “situazione particolare”. Particolare, eccome. Man mano che entra nei dettagli, vedo il signor Armour lanciare occhiate fugaci verso di me. Gli occhi gli si dilatano appena mentre mi osserva più da vicino, finché noto il suo sguardo illuminarsi. Mi ha riconosciuta. Sì, sono io. Si ricorda di me. Fossi andata più lontano, mi sarei potuta risparmiare anche questa. Il mio nome non avrebbe suscitato reazioni, e men che meno la mia faccia. Ma siamo ad appena due ore di macchina dal fattaccio, e basta che una sola persona metta insieme tutti i pezzi per ritrovarmi al punto esatto in cui ero. Non posso rischiare, quindi eccoci sedute qui, nell’ufficio del signor Armour, tre giorni prima dell’inizio del mio ultimo anno di liceo. Meglio fare tutto all’ultimo. Anche se almeno questo non è imputabile a me. I miei si sono opposti con tutte le loro forze al trasferimento, ma alla fine si sono arresi. Forse dovrei ringraziare in parte Margot. Anche se immagino che l’aver spezzato il cuore di mio padre abbia aiutato non poco la mia causa. E, probabilmente, erano tutti stanchi e basta.
In questo momento sono disinteressata alla conversazione e osservo l’ufficio del preside. Non c’è molto con cui distrarsi: un paio di piante da interno che avrebbero bisogno di una bella annaffiata e alcune foto di famiglia. Il certificato di laurea appeso alla parete è dell’università del Michigan. Il nome di battesimo è Alvis. Hmmm. Che cavolo di nome è Alvis? Secondo me non ha nemmeno un significato, ma conto di verificare meglio più tardi. Sono lì a soppesare mentalmente le possibili etimologie, quando vedo Margot che estrae un faldone e glielo consegna.
Referti medici. Tonnellate.
Mentre lui dà un’occhiata alla documentazione, il mio sguardo viene attirato dal temperamatite di metallo a manovella sulla sua scrivania. Mi sembra davvero strano. La scrivania è un bel mobile di ciliegio, ben diverso dai tavolacci di plastica che di solito spettano agli insegnanti. Perché mai uno debba montarci sopra un temperamatite così antiquato è un mistero. Vorrei chiederglielo. Invece mi concentro sulla rotella con i buchi per le matite di grandezze diverse e mi domando se il mio mignolo riuscirebbe a entrare in uno di quelli. Penso a quanto sarebbe doloroso temperarmi il dito, a quanto sangue ne uscirebbe, quando avverto un mutamento nel tono di voce del signor Armour.
«Affatto?» Sembra nervoso.
«Affatto» conferma Margot, sfoggiando in pieno il suo tipico atteggiamento canzonatorio, stile “niente
cazzate”.
«Capisco. Be’, faremo il possibile. Mi assicurerò che gli insegnanti vengano messi al corrente prima di lunedì. Ha già compilato il modulo per la scelta dei corsi?» E come da copione, eccoci arrivati al punto in cui lui si mette a parlare di me come se non fossi presente. Margot gli consegna il modulo e lui gli dà un’occhiata veloce. «Lo porto subito all’ufficio iscrizioni, così per lunedì mattina possono già darle l’orario delle lezioni. Non posso prometterle nulla riguardo alle materie facoltative. La maggior parte dei corsi sono già pieni ormai.»
«Capiamo perfettamente. Sono certa che farà il possibile. Apprezziamo la sua disponibilità e, ovviamente, la sua discrezione» aggiunge Margot. È un avvertimento. Vai così, Margot. Ma temo sia tempo perso con lui. Ho come l’impressione che voglia davvero essere d’aiuto. Per di più, mi sa che lo metto a disagio, il che significa che probabilmente vorrà vedermi il meno possibile.
Il signor Armour ci accompagna alla porta, stringendo la mano di Margot e annuendo quasi impercettibilmente verso di me, con un sorriso forzato che penso sia di pietà o, forse, di disgusto. Poi, altrettanto rapidamente, distoglie lo sguardo. Ci segue nel caos della segreteria e ci chiede di attendere un istante mentre si dirige in fondo al corridoio fino all’ufficio iscrizioni con la mia documentazione.
Mi guardo attorno e vedo che molta della gente che c’era prima è ancora in fila ad aspettare. Ringrazio chiunque sia il dio che ancora crede in me. Pulirei un bagno chimico con la lingua piuttosto che starmene altri trenta secondi in mezzo a questo casino. Ci stringiamo contro la parete per intralciare il meno possibile il passaggio. Non ci sono più sedie libere.
Do un’occhiata in cima alla fila, dove un bambolotto alla Ken sfodera il suo sorriso da orgasmo alla Signorina Acida dall’altra parte del bancone. Lei è davvero raggiante, avvolta com’è dall’aura di seduzione che emana il ragazzo. Non la biasimo. È il tipico belloccio che trasforma donne normalmente rispettose di se stesse in perfette idiote. Mi sforzo di captare la loro conversazione, qualcosa riguardo a un posto da stagista. Bastardo di un paraculo. Lui piega la testa di lato e dice qualcosa che fa ridere la Signorina Acida e le fa scuotere la testa con rassegnazione. Ha ottenuto quello che voleva, qualunque cosa fosse. Osservo la piccola variazione nel suo sguardo. Lo sa anche lui. Sono quasi ammirata.
Mentre è lì che aspetta, la porta si apre ed entra una ragazza di una bellezza da capogiro, che si mette a scandagliare la stanza finché il suo sguardo non si ferma su di lui.
«Drew!» strilla in mezzo al baccano generale, e tutti si voltano. Sembra assolutamente indifferente all’attenzione suscitata. «Non mi va di stare tutto il giorno seduta in macchina! Sbrigati!» La osservo per bene mentre lo incenerisce con lo sguardo. È bionda come lui, anche se i suoi capelli sono più chiari, come di una che abbia trascorso l’intera estate sotto il sole. È attraente nel modo più ovvio possibile, indossa un top rosa che riempie bene nei punti giusti, con tanto di borsetta Coach di un rosa ossessivamente coordinato. Lui sembra lievemente divertito dalla sua incazzatura. Dev’essere la sua ragazza. Una coppia perfetta, penso. Il Ken strappa-mutande con Principessa Barbie Broncio: misure inarrivabili, borsetta di lusso ed espressione infastidita inclusi!
Lui alza un dito per segnalarle che gli ci vorrà solo un minuto. Io avrei scelto un dito diverso. Sorrido al pensiero. Alzo lo sguardo e lo becco che mi sorride a sua volta, con gli occhi pieni di malizia.
Alle sue spalle, la Signorina Acida scarabocchia velocemente qualcosa sul suo modulo e lo firma. Glielo riconsegna, ma lui ha ancora lo sguardo fisso su di me. Io gli indico la signorina e alzo le sopracciglia. Non vuoi pigliarti quello per cui sei venuto? Lui si volta, le prende il modulo di mano, la ringrazia e le fa l’occhiolino. Fa l’occhiolino alla segretaria in menopausa. È talmente spudorato da sembrare quasi sincero. Quasi. Lei torna a scuotere la testa e lo scaccia via bonariamente. Ottimo lavoro, Ken, ottimo lavoro.
Mentre mi godevo lo psicodramma da ufficio, Margot parlottava a bassa voce con una tizia che immagino sia la consulente alle iscrizioni. Drew, che ho una disperata voglia di continuare a chiamare Ken, è ancora in piedi accanto alla porta, a chiacchierare con un paio di ragazzi in fondo alla fila. Mi domando se lo faccia apposta per far aumentare l’incazzatura di Barbie. Non che ci voglia molto.
«Andiamo.» Ricompare Margot, spingendomi verso l’uscita.
«Scusate!» echeggia la voce stridula di una donna, prima che riusciamo a imboccare il portone. L’intera fila si volta all’unisono, a osservare la donna che alza in aria un faldone verso di me. «Come si pronuncia questo nome?»
«Na-sty-a» sillaba Margot mentre io mi sento morire dentro, consapevole di tutta la gente che ci circonda. «Nastya Kashnikov. È russo.» Le ultime due parole se le lancia alle spalle, evidentemente orgogliosa di sé per qualche oscuro motivo, prima di dirigerci fuori dalla porta con lo sguardo di tutti puntato sulla schiena.
 Arrivate alla macchina, Margot fa un sospiro e torna all’atteggiamento che mi è più familiare. «Be’, anche questa è fatta. Per ora» dice. Poi mi lancia uno dei suoi sorrisi smaglianti, da pin-up a stelle e strisce. «Gelato?» mi chiede, ma è come se ne avesse più bisogno lei di me. Sorrido anch’io, perché malgrado siano le dieci e mezzo, c’è una sola risposta a questa domanda.